Nella settimana sanremese è facile imbattersi in post che esprimono un profondo disappunto nei confronti dell’attenzione riservata all’evento a fronte di un’indifferenza riguardo a ciò che “veramente” conta e, in questa settimana, ciò che “veramente” conta è quello che sta accadendo in Ucraina.
Sostanzialmente, in questi post ci si chiede – con gradi più o meno vari di indignazione – come sia possibile interessarsi al festival di Sanremo quando a non molti chilometri da noi la gente muore in strada in quella che è diventata un guerra civile.
Tutta questa indignazione ricorda diverse altre indignazioni che, più o meno ciclicamente, invadono le anime delle persone rendendole paladine di alta morale civica e virtù.
A memoria: l’indignazione per i mondiali di Corea e Giappone 2002 (mangiano i cani); l’indignazione per le olimpiadi di Pechino 2008 (come era possibile seguire le olimpiadi cinesi quando i monaci tibetani soffrivano per i soprusi del governo cinese?); l’indignazione per gli europei di Ucraina 2012 (ammazzano i randagi senza pietà); l’indignazione per le dichiarazioni del patron della Barilla contro gli omosessuali (con successiva richiesta di boicottaggio dei prodotti Barilla, a seguito del quale l’azienda è stata costretta a dichiarare fallimento e a licenziare migliaia di operai, no?); l’indignazione per gli operai della Foxconn sfruttati dalla Apple (ovviamente, è del tutto irrilevante che in questo momento gli operai della Foxconn vengano sfruttati per costruire altri aggeggi elettronici di altre aziende); eccetera…
Senza dubbio, tutto questo indignarsi e boicottare e interessarsi ad altro di ben più importate rispetto a ciò che, generalmente, in un dato momento, tutti gli altri stanno osservando o seguendo non solo è cosa buona e giusta e nobile ma anche auspicabile. Inoltre, non ci vuole molto a capire che, in fondo, fra tutte quelle persone ce ne sono alcune che davvero si indignano, boicottano e si interessano perché mosse da un alto senso di responsabilità civica e morale.
Il problema però, a guardarlo più da vicino, è che sembra vi sia qualcosa che non torni a dovere. E ciò che sembra non tornare è riferibile a una tendenza, un’abitudine dell’essere umano, diciamo una sua inclinazione naturale a volersi sentire migliore degli altri; o quantomeno a voler apparire migliore degli altri; o ancora meglio a disegnarsi – o a raccontarsi – migliore degli altri; tutto ciò unito a quella propensione demoniaca che spinge l’essere umano a volere a tutti i costi che gli altri lo sappiano, che vengano a conoscenza di questo suo essere, sentirsi, voler apparire più nobile.
Sia chiaro che non è in gioco la legittima scelta a non guardare un programma televisivo nazional-popolare di canzonette per il semplice motivo che quel programma non interessi, lo si trovi stupido e finanche amorale («io non guardo Sanremo perché con tutta la miseria che c’è in giro…», disse la ragazza che veniva in palestra con il SUV, #truestory). Così come non è in discussione il fatto che chiunque possa scegliere per sé le storie da seguire, gli avvenimenti a cui interessarsi, i problemi di cui discutere.
Quello che è in gioco è il fatto che quel non guardare venga utilizzato come argomento oppositivo nei confronti dell’altro da sé, nel tentativo o nello sforzo di marcare una differenza che però, al fondo, serve solo alla costruzione, per sé, di una immagine migliore, di sé, da utilizzare a proprio piacimento.
Da qui scaturisce una considerazione di carattere generale che riguarda lo sfruttamento del dolore altrui come mezzo per nobilitare se stessi.
Pubblicare la foto di un morto, di un corpo devastato (sul proprio profilo facebook o su twitter o sul blog) non serve a dare conto di un orrore poiché in quel caso, in quel contesto, in quella cornice, in quell’utilizzo la foto dismette il suo compito cronachistico per farsi invece orpello identitario: espongo quel corpo (che non è il mio, non mi appartiene) e attraverso quell’esposizione aggiungo un tassello alla narrazione di me; non espongo quel corpo per dare atto di un avvenimento (anche se credo di farlo, e magari sono in buona fede; ma lo hanno già fatto le testate giornalistiche) ma lo espongo per marcare una differenza con l’altro da me: voi ascoltate e guardate le canzonette, io invece guardo questo corpo morto, e la morte è più seria e importante delle canzonette, quindi io sono più serio e importante di voi altri.
Questo modo di operare non tende a costruire un sé ma, appunto, una narrazione di sé: l’individuo non passa attraverso l’esperienza del dolore, ma filtra quella esperienza esponendo se stesso che espone il dolore.
Paradossalmente, fin quando non interviene poi un avvenimento che, guarda caso, può ben valere una distrazione da ciò che è “veramente” importante. E quindi, se durante la prima serata del festival ci si indigna perché gli altri non seguono gli avvenimenti in Ucraina, due giorni dopo ci si può concedere di seguire le partite di coppa invece di ciò che accade in Ucraina.
In fondo, il tassello alla costruzione di sé è stato ormai aggiunto.
appunti
Cosa doveva essere il 2013 e non è stato (o forse sì ma ci è sfuggito)
L’anno di app e smartphone.
L’anno del baratto.
L’anno dell’incertezza economica.
L’anno del social customer service.
L’anno dell’affitto.
L’anno del Big Data.
L’anno del pollo.
L’anno del ritorno della Jungle.
L’anno del ritorno di crescita e occupazione.
L’anno dell’azzeramento del fenomeno della pirateria somala.
L’anno del phablet.
L’anno del bianco.
L’anno del biogas.
L’anno dell’immagine animata [sic].
L’anno con temperature record.
L’anno del Bigfoot.
L’anno della cyber guerra totale.
Agosto
A volte mi chiedo come facciano certe persone a vivere, a sembrare così, non dico felici o serene o pacificate, ma così come sono, con quell’espressione che sembra dica che, tutto sommato, le cose potrebbero anche andare peggio, o male, e che quindi, in fondo… Ecco, mi chiedo come facciano quelle persone lì, quelle che leggono e scrivono e studiano, che lavorano d’intelletto, che riflettono sulle cose, le analizzano, le sviscerano, le interpretano; come fanno, dico, a non accorgersi, alla fine, dell’inutilità del tutto, del vuoto nel quale girano, del circo che rappresentano, dell’angolo di spazio per il quale sgomitano – foss’anche per un minuto, per il subitaneo riconoscimento di un ruolo sociale finalmente conclamato, quando si può essere ciò che si vuole gli altri pensino si sia; come fanno a predicare profondità e acutezza senza che nei loro occhi non passi mai – e mai nei loro gesti, nel tono incrinato della voce, in un’ombra sul viso, in un’espressione fuori controllo, in una virgola mal posta – il dubbio inevitabile che l’unica via coerentemente percorribile sia quella della dissoluzione, dell’abbandono, della fine?
O forse quel pensiero lo nascondono in vecchie camere in affitto, dietro armadi sbilenchi che hanno visto padroni e cambi di stagioni susseguirsi senza sosta; nelle macchinette del caffè senza manico, nei piatti sbrecciati, nei bicchieri opachi di calcare, in armadietti stipati di creme scadute, in frigoriferi mai sbrinati, nei batuffoli di polvere sotto al letto, nello stendino arrugginito in corridoio. In una sveglia puntata l’ennesima notte, per ricominciare ancora. Nonostante tutto.
È possibile parodiare il postmoderno?
[La parodia] comporta in ogni caso un volgersi indietro, se pur contrastato e polemico; e nel vincolo che unisce il parodista all’oggetto della parodia è lecito riconoscere la sopravvivenza di un’antica commozione, le tracce di un amore contro cui si lotta, ma che non si può sopprimere: la sopravvivenza delle figure di un mito contro le quali ci si difende, ma che non si possono escludere dalla propria psiche.
La parodia […] nasce nell’ambito di culture che posseggono un passato, alcune forme delle quali non sono più «ritenute possibili», pur suscitando ancora amore […] La parodia, quindi, nasce in quelle particolari circostanze quando si manifesta un sentimento di superiorità nei confronti delle sopravvivenze del passato. L’amore per tali sopravvivenze non consente di abbandonarle, ma la convinzione della propria superiorità induce a servirsene per suscitare il riso
Furio Jesi, Letteratura e mito, Torino, Einaudi 1981, pagine 189 e 195
Approssimazioni beckettiane
Una cosa non significa solo se stessa ma vive anche in quanto simbolo di altro da sé. Simbolo parimenti interpretabile e quindi costantemente relativizzato.
La natura polisemica dei segni beckettiani rimanda allora a questa molteplicità non unificabile del mondo e dei rapporti che all’interno del mondo si danno.
Nel caos comunicativo – e quindi conoscitivo, ché la conoscenza passa attraverso la comunicazione – Beckett prende atto del fallimento e lo dispiega senza rappresentarlo.
Le rappresentazioni (la «messa in scena»), in Beckett, non sono cose che stanno al posto di altre cose, non vivono di simbologia o contiguità semantica ma sono quelle stesse cose che si concretizzano in uno spazio scenico preso a pretesto, uniformato e in quanto tale già compreso e comprensibile.
Il teatro non è un mondo (tantomeno il mondo): è solo un mezzo. Un luogo determinato e chiuso, all’interno del quale è possibile non tanto rappresentare bensí mostrare.
Un mezzo che, nel momento in cui si purifica per astrazione e si astrae per purificazione, comincia a significare. Significazione che, a sua volta, può riempirsi di interpretazioni – diverse e soggettive – in quanto il dato puro ha in sé la possibilità di essere infiniti altri, oltre se stesso, non essendo ancora un altro.
Nel suo teatro, Beckett agisce per sottrazione eliminando dai segni i significati per ottenere il significato (nell’arte figurativa, un procedimento del genere si ritrova in Mondrian) e puntare quindi all’essenza. La quale agisce tramite l’assenza dei mezzi e delle forme tradizionali. Tale assenza, però, non nega il teatro, l’idea di teatro, ma l’afferma come luogo privilegiato dove vedere le cose senza necessità di capirle o spiegarle (in un certo senso, è un teatro etimologicamente dell’origine , derivando «teatro» dal greco «thea-tron», luogo destinato agli spettacoli, da «thea», il guardare, vista). In Beckett ciò che resta è osservare gli scarti di una realtà che si è dimostrata per ciò che è sempre stata e che solo la contemporaneità ha saputo svelare: l’inafferrabilità caotica del principio primo, generatore anche biologico, di tutto lo sviluppo successivo.
In ciò si inscrive la non politicità del teatro beckettiano: la rinuncia a un programma d’azione che, attraverso la spiegazione e l’interpretazione dei segni, modifichi il mondo e l’uomo nel mondo, sistematizzando il caos del reale.
Considerazioni provvisorie su Ideale e Reale
Nel Reale non può esserci Ideale se non per approssimazione, in virtú del fatto che l’Ideale è un insieme eterogeneo di particolari che trovano unità nel pensiero. Se i Particolari Ideali sono sí riscontrabili nella realtà, l’Unità Ideale è impossibile da trovare. L’impossibilità è in funzione della determinazione dell’Ideale, che non è data, ma costruita.
Infatti, se il Reale pre-esiste all’individuo, L’Ideale è costruito dall’individuo.
La realtà esiste a prescindere dalla percezione, è qualcosa che non si conosce a priori ma va esperita ed esplorata. Non appartiene a nessun modello. Il rapporto che, in questo caso, si imposta con il Reale va costruito e tarato e non esiste in uno schema precostituito. Il Reale ammette e vive di una necessità esegetica sconosciuta all’Ideale. Per questo richiede impegno, costanza e volontà di [auto]discussione.
L’Ideale, di contro, non pre-esiste all’individuo ma co-esiste ed è per questo piú facilmente conoscibile e gestibile in quanto non ammette contraddizioni. La sua capacità persuasiva è a misura della sua genesi. L’Ideale è una identità che viene riconosciuta in modo immediato in quanto già conosciuta a priori. Vivere in nome di un qualsiasi «Ideale», e quindi cercarlo, non implica difficoltà relazionali. L’Ideale è formato da caratteristiche che sono accettabili in quanto scelte. Tali caratteristiche sono date a priori sulla base di una loro convergenza al proprio modus vivendi e/o cogitandi. In questo modo non esistono scarti alla norma, poiché la norma stessa, aprioristicamente data, non ammette scarti, in quanto l’«ideale» assurge a «perfezione», e tra i due si crea perfetta simmetria. Di seguito, l’Ideale assume un carattere casalingo e gestibile e non presenta pericoli o difficoltà interpretative. La cosa è come è stata immaginata. Il rapporto con l’Ideale, a differenza di quello con il Reale, non contempla difficoltà.
Ostinarsi nella ricerca dell’Ideale nel Reale vuol dire non riconoscere, innanzitutto, al Reale diritto di esistere per sé, a prescindere quindi dalla sua piú o meno profonda relazione con l’Ideale. Lo sforzo coniugativo, compiuto alla ricerca di una perfetta identità fra Reale e Ideale, sottende un disconoscimento delle qualità del Reale, le quali acquistano valore se e solo se convergono con le qualità dell’Ideale e non in quanto qualità particolari di un Reale.
Brevi appunti per un discorso sull’amore di là da venire
L’amore vive di una contraddizione insolubile: in quanto fenomeno oggettivo dovrebbe essere suscettibile di analisi e interpretazione; in quanto fenomeno soggettivo nelle modalità d’esplicazione, diviene però ininterpretabile risultando impossibile una reductio ad unum che ne faciliti l’ermeneutica. La contraddizione, che ne è parimenti il fascino, muove su questa duplicità: l’amore è nominabile, ma non predicabile.