Ci sono persone che dicono degli altri ciò che pensano gli altri dicano di loro.
E ci sono persone che dicono degli altri ciò che vorrebbero gli altri dicessero di loro.
In entrambi i casi, l’errore sta nel crederci.
System Error
Si è sempre giustamente spaventati dal dolore, eppure non si fa nulla per evitarlo. Ci si imbarca in occorrenze che lasciano prospettare sofferenze dall’inevitabilità dei temporali estivi, presumendo che basti un ombrello per proteggersi, quando poi ci si ritrova bagnati e febbricitanti a chiedersi, increduli, cosa sia successo.
I postumi sono duri a sparire, lasciano un ricordo pericoloso, piaghe in suppurazione che prendono consistenza callosa col trascorrere del tempo. La metodica dell’imparare dai propri errori non aiuta.
Gli errori si ripetono con insistenza. Per quanto si possano concepire archetipi e tipologie di comportamento, resterà sempre l’illusione di trovarsi di fronte a qualcosa di diverso anche solo per un piccolissimo particolare, che sarà comunque poca cosa rispetto al quadro generale. Nonostante ciò, quel piccolissimo particolare non servirà a lasciar intendere la pericolosità dell’avvenimento, che riuscirà a farsi beffa dell’esperienza e ad avere partita vinta.
A conti fatti, l’esperienza sembra avere la consistenza di una solfatara: un po’ stagnante, disdicevole e fastidiosa.
Un fetore biologico dal quale si stenta a liberarsi.
A ciascuno il suo
Il senso di appartenenza dovrebbe essere condizione auspicabile da parte di tutti. Il sentirsi parte di qualcosa, qualunque essa sia, comporterebbe forse una presa di coscienza salutare e una capacità analitica nei confronti del mondo e delle cose del mondo decisamente piú razionale.
Il procedere a vento, in base a sentimenti personalissimi e il piú delle volte totalmente errati, comporta l’equivalente perdita di sostanza nel ragionamento e nella pratica.
Non si vuol dire che pensare con la propria testa sia sbagliato. Si dice semplicemente che un Sistema funge da appiglio metodologico laddove vengano meno puntelli concettuali.
Nell’epoca moderna, si sa, non esistono piú Sistemi e ogni individuo si sente legittimato a crearsi un sistema che, in nome di un certo relativismo di bassa lega, pretende di assurgere, se non a condivisibile opinione, quantomeno a soggetto degno di rispetto.
Lo sradicamento ideologico comporta un difficile posizionamento nei confronti del mondo. Le spiegazioni cominciano a essere molteplici e discernere la bontà dell’una dall’altra è praticamente impossibile.
Di conseguenza si ha un moltiplicarsi di individualismi decisamente orripilanti, vuoti, inutili e deboli. Ogni sistema di valori, individualmente creato e al quale si affida la propria esistenza, pretende per se stesso la non sottomissione a qualsivoglia critica.
Diretta conseguenza di questo stato di cose è la chiusura dell’individuo in un orto fatto di libertà personale che nulla concede alla pratica della socialità.
Per meglio spiegarsi, concedere una relativa libertà all’altro nel nome del rispetto che si chiede per la propria non vuol dire ergersi a paladini della democrazia e del liberalismo. Vuol dire invece abbandonare il confronto nel nome di una richiesta di indipendenza dal giudizio altrui.
Dandy
Un’autocoscienza aristocratica e consapevole non è buona cosa: non permette nemmeno la patetica consolazione del vittimismo.
La logica ferrea, unitamente alle trascorse esperienze, ti dice che tutto passerà per tutti, prima o poi.
Il gretto utilitarismo ti suggerisce la sana idea che soffrire non serve. Soprattutto se non si è un artista e quindi non si può convogliare la sofferenza nei canali dell’intuizione estetica producendo sonetti, canzoni, quadri o similia.
Insomma, ci tocca da un lato il palese malessere dell’abbandono e del senso di finitezza, dall’altro la certezza che ogni cosa, compreso il malessere, ha un suo limite nel tempo e nello spazio.
Nella contraddizione non v’è sintesi che non sia artificiosa. Di conseguenza non resta che farsi artisti, creare e vendere, spacciando il tutto per naturalistiche trance de vie.
La sofferenza si è sempre smerciata bene.
Ogni cosa è un prodotto. La differenza la fa la pubblicità.
Crux et Verbum
La religione è un cruciverba con la soluzione a fondo pagina. Nei momenti di difficoltà, trovare una risposta è semplice.
Certo, il piú delle volte conciliare l’immanente con il trascendente è cosa non facile. Ma la speranza che nutre la maggior parte delle religioni fa sí che la sintesi fra i due sia comunque un male accettabile.
Avere fede non vuol certo dire, in alcuni casi, non porsi domande. Cosí come credere nell’aldilà non necessariamente comporta un rifiuto dell’aldiqua. Ma è incontestabile il fatto che di fronte all’assenza di una risposta concreta e secolare, un fine ultimo comunque lo si trovi.
Quel fine che pone un obiettivo nell’oltre, un qualcosa di ulteriore e di eterno e non-finito, è solo la volontà dell’uomo che si ostina a non accettare che il fine e la fine coincidano inesorabilmente.
È il senso che tutti cercano di dare ad una vita che non si accetti termini nel nulla.
Da questo punto di vista, la religione è di una noia mortale.
Partita doppia
L’uomo vive costantemente nella tensione fra ciò che desidera e ciò che riesce ad ottenere.
Il risultato il piú delle volte non è un compromesso quanto un cedimento.
Si cede all’inevitabilità delle situazioni, dell’ostacolo insormontabile.
Credere in qualcosa vuol forse dire combattere per quel qualcosa, ma non sempre vuol dire obbedire.
In tal caso, nel caso di una indefessa volontà di obbedire, si rischierebbe solo una stupida quanto sterile coerenza, che urterebbe con una realtà posta a disconoscimento delle proprie convinzioni.
Spesso un’onorevole ritirata è piú augurabile di una battaglia senza scampo.
Proporzioni
Libertà e responsabilità vivono di un rapporto inversamente proporzionale.
Un tempo, al minimo grado di libertà corrispondeva il massimo grado di responsabilità.
Oggi, al massimo grado di libertà corrisponde il minimo grado di responsabilità.
E quindi il piú delle volte una scelta si compie senza intenzione alcuna di assumersene tutte le conseguenze e con la balsamica consolazione del «poter tornare sui propri passi».
Per gli uomini [post]moderni, essere liberi vuol dire semplicemente esercitare il proprio diritto di revoca.
Ultim’ora
Tra i mali che ci affliggono c’è la certezza di sapere che mai si approderà ad un luogo di pace e riposo. Se «la verità non è possesso bensí ricerca», il destino ci obbliga a un terreno vagare fino all’ultima ora. Che giungerà nella consapevolezza unica di non essere nulla, di non contare nulla, di non avere nulla da chiedere.
Eppure è quest’ansia di sapere, che vive già del suo mortifero fallimento, a rendere l’esistere meno vano, a far sí che, se non si sveli un senso, si dia forse un senso a quel che resta quando tutto è già trascorso.
Ovvietà
Tra le ovvietà più amabili e consolatorie in dotazione all’uomo quella del «Tutto passa» ha un che di vagamente idiota.
Certo. Tutto passa, è sempre così. Tutto cambia, muta, si trasforma. Niente è per sempre.
Ma dal momento in cui tutto si manifesta al momento in cui tutto passa trascorre un certo lasso di tempo in cui la semplice consolazione del «passerà» non ha diritto di asilo.
Insomma, l’ovvietà non aiuta la traversata. Appunto come trovarsi in un battello in piena tempesta. Fra il porto di partenza e quello di arrivo c’è tutto un mare in cui vomitare l’anima.
Considerato che l’uomo è un essere che pensa al futuro ma vive al presente, sapere che esista un approdo felice non cambia le cose.
Labor limae
L’arte ha a che fare con il sentimento solo nell’attimo dell’intuizione.
In seguito, è pura costruzione formale che implica conoscenza, lavoro e fatica.
Chi crede che una manifestazione artistica sia semplicemente espressione genuina di un sentimento, o è un demente o uno sfaticato.