Place to be

Si vive fra due estremi: la ricerca di un qualcosa che sembra essere sempre altrove, e il fatto che tutto prima o poi si familiarizzi.
Se si è fortunati, si riesce a trovare ciò che si cerca prima che il contorno si assesti nell’ordinario.
Oppure, ci si sforza di riconoscere in quella familiarità ciò che si stava cercando.
Altrimenti, continuano ad essere cazzi.

Place to be

Pinocchio

L’uomo è l’unico animale che ha sviluppato un linguaggio verbale complesso e articolato. In virtú di questa capacità, non solo è riuscito a descrivere ed eplorare il mondo ma anche ad inventarne di nuovi, impossibili e fantastici, sfruttando una capacità insita nel linguaggio stesso, cioè quella di mentire e falsificare. Di dire altro da ciò che è, o anche si vorrebbe.
Una possibilità, quest’ultima, fatta propria dalla letteratura che, come scrisse Manganelli, è anche – e forse soprattutto – menzogna. Una menzogna di cui si è coscienti come autori e lettori, fratelli e ipocriti entrambi, e quindi virtualmente generatori di infinite possibilità falsificatorie.
La parola, attraverso la connotazione di senso, assume funzioni sintagmatiche plurime e si fa paradigma del sottinteso. Ammicca, si veste d’altro, si trasforma, strizza l’occhio.
La progressione sintattica, sistema ordinatrice di un codice, non elimina il fattore spurio, l’«eccezione» alla regola: l’ordine formale accetta, e moltiplica, il virus concettuale. Lo accoglie e lo alleva.
La parola vive un’anarchia all’interno di uno stato di diritto, e si fa, da sempre, interpretabile, espressione di una semantica plurima che non dice solo di se stessa ma anche di altro.

Pinocchio

Estinzioni

Per Pasolini la «scomparsa delle lucciole» è stato emblema di un passaggio epocale che riguardava la natura del regime democristiano postbellico.
Circa quindici anni fa, pipistrelli e cani randagi hanno cominciato a sparire dal mio paese.
Non so se ciò possa essere emblema del passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica.
Certo è che al prossimo animale che sparisce comincio a grattarmi.

Estinzioni

Cosí vanno le cose, cosí devono andare

Il fatto che le cose semplicemente accadano è il meno facilmente accettabile per gli esseri umani, i quali si ostinano a voler cercare una spiegazione a qualsivoglia avvenimento, delegando a Dio, al Destino, al Caso o alla Coincidenza il merito o il demerito di aver dato vita a quella determinata situazione.
Le cose accadano perché devono accadere. Il loro presentarsi è misura del loro essere.
Non esistono fattori esterni che giustificano l’avvenire di un accadimento, tutt’al più possono esserci fattori che determinano le condizioni affinché avvenga qualcosa.
Niente e nessuno fa che le cose accadano.

Cosí vanno le cose, cosí devono andare

Dio non c’è

Paradossalmente, Dio pacifica e concilia in assenza, quando non è lessicalmente presente in una discussione. Persone di diverso credo religioso possono tranquillamente condurre una conversazione sui piú svarianti argomenti, fin tanto che non entra in gioco Dio. A questo punto le posizioni si irrigidiscono e non è inusuale che dal dialogo si passi allo scontro .
In realtà, il piú delle volte, non entra in gioco Dio, ma «l’idea» che si ha di Dio.
E qui l’uomo mostra la sua pochezza: predica un entità assoluta, onnipotente e inconoscibile razionalmente e ha poi la presunzione non solo di qualificarla in un dato senso ma anche di voler essere nel giusto a riguardo.

Dio non c’è

Appunti per una fenomenologia depersonalizzata dell’amore non corrisposto

Poche cose sono imbarazzanti come un amore non corrisposto. In tal caso, l’oggetto d’amore diventa qualcosa di fragile alle pulsioni, colmo di un disagio il piú delle volte malcelato. Inoltre modifica il proprio atteggiamento, diventa sfuggente, silenzioso. Procede per ammiccamenti, litoti ed eufemismi, temendo che qualsiasi tipo di chiarezza espositiva possa rinforzare quel sentimento che lui rifiuta e presumendo che l’ambiguità del «lasciar intendere» sia funzionale a una comprensione dell’accaduto da parte del soggetto.
Quest’ultimo, poi, continua a desiderare parole e atti che non arriveranno, macerandosi alla vista di un gesto rivolto ad altri, bruciando nell’ascoltare parole rivolte a terzi, restando, in tutto ciò, totalmente passivo, incapace di agire, di essere propositivo e vivendo nel rimorso di aver detto, di aver parlato troppo e troppo essersi scoperto. Dopo aver mostrato le armi, le depone. E resta indifeso di fronte agli attacchi inconsapevolmente sferrati dall’altro.
Al peggio, un innamorato non capirà mai che qualche cosa sia fatta per il suo bene se l’unico bene che riconosce è quell’oggetto che si nega e, negandosi, lo uccide.

Appunti per una fenomenologia depersonalizzata dell’amore non corrisposto

Beautycase

La bellezza non oltrepassa mai se stessa.
Vive dell’attimo della scoperta, e dopo si smarrisce e perisce. È un vicolo cieco di ammirazione, un’armonia ripetitiva e monotona alla quale ci si abitua presto. Una volta contemplata, si esaurisce.
Non vi è quasi nulla di più etimologicamente effimero della bellezza.

Beautycase

Due e non piú di due

Ognuno ha il suo doppio storico. Una sorta di figura auerbachiana in compresenza, che non rimanda e non prefigura, ma che contempla e agisce.
Il doppio è presenza dell’altro in uno. O dell’uno nell’altro. Che è sempre sé.
Una dissociazione divina. Dogma pagano e manicheo.
Il caleidoscopisco prisma della personalità è un’emerita cazzata.
Due è piú che sufficiente ed ha il pregio di non essere un numero perfetto.

Due e non piú di due

Ego me absolvo

Alcuni individui hanno una considerazione talmente alta di sé che, nel caso subiscano un torto, preferiscono giustificare il proprio simile piuttosto che ammettere di essersi sbagliati sul conto di quest’ultimo.
Una tale ammissione comporterebbe la limitazione della stima che si ha verso se stessi e la propria capacità analitica. Di conseguenza si preferisce costruire cattedrali di giustificazioni senza fondamento, piuttosto che ammettere la propria fallacia.
L’uomo, a riscatto del proprio ego, paga spesso a caro prezzo la considerazione che ha di se stesso.

Ego me absolvo