Happy birthday

L’arpeggio del piano e il tempo di testa che ondeggia.
Nel black out del tintinnio delle birre riposa ancora quel giorno di fine estate.
Tu fratello senza controllo e io spettatore dello spazio d’intorno.

Oggi restano queste piogge di inizio freddo che lavano l’onta della morte e portano indietro il puzzo d’una adolescenza che a rammentarla sa di remoto stantìo.
Ti cerco nella rubrica ingiallita dell’agenda del quinto anno alla lettera F.
Ma tentenna la mano alla nostalgia patetica del ‘‘come eravamo’’ e trema il cuore al timore di ritrovarci ancora e sempre uguali.
Se tutto si trasforma noi non siamo più noi.
E se anche lo fossimo non avremmo niente di nuovo da dirci.
Prosit a tutto ciò che avremmo voluto essere e non siamo stati mai.

Happy birthday

Gollum

Un partito politico sostiene un governo “per il bene del paese” e allo stesso tempo è contro quel governo e si candida a sostituirlo e a “mandarlo a casa”.
Ossia, un partito vuole “mandare a casa” un governo che, per stessa ammissione del partito, sta lavorando “per il bene del paese”.
Ora ci sarebbe da chiedersi se questo partito si renda conto di essere lì lì per scivolare dal bipolarismo alla sindrome bipolare.

Gollum

Ipotesi di corrispondenze mai avvenute #2

Il problema credo sia stato tutto qui, nella caparbia volontà di volerci raccontare, a tutti i costi, una storia che avesse come protagonisti te, me e quella perfezione che, nella nostra convinzione, avrebbe investito tutto ciò che ci circondava, tutto ciò su cui avremmo messo le mani, che avremmo visto, pensato, organizzato, nominato.
E così ci siamo raccontati le nostre parole, la loro capacità di dire le cose e di indicarle per quelle che erano, nella loro compita liceità, in quella pulizia brillante da argenteria tirata a lucido, un po’ borghese, certo (“ma chi vuoi dia ancora peso a questa parola?”, dicevi) ma comunque evidente, tangibile e, soprattutto, inattaccabile.
Ci siamo detti dei nostri occhi, di quella capacità inesprimibile di guardare le cose per quelle che erano, di riuscire a incassarle in uno spazio preciso, catalogarle in una nostra personale gerarchia, creare una rete di relazione fatta di legami e nodi e scambi che solo noi potevamo decifrare.
Abbiamo parlato dei nostri gesti, della capacità di mettere mano alla farraginosa inconsistenza del mondo e di plasmarla come volevamo, di rifondare le cose e ricrearle semplicemente manipolandole e pensando per loro l’alternativa che nessuno mai aveva individuato, lo scarto dalla norma che solo noi eravamo in grado di supporre.
Tutto ci appariva così perfetto (e così naturale, e così ovvio da risultare a volte banale) che, quando l’illusione che sarebbe stato per sempre – o la certezza che sarebbe stato solo per poco – si è manifestata nella sua geometrica verità, ciò che c’era intorno si è ridotto al sentore volatile e fragile che quella perfezione non era semplicemente la somma di due individualità a cui poter tornare in un futuro privo di unità, ma un’alchimia la cui combinatoria era stata un puro caso da cui eravamo stati, altrettanto casualmente, liberati senza che ce ne accorgessimo o potessimo fare nulla.

Ipotesi di corrispondenze mai avvenute #2

Del precariato come déja vu

Fra le cose peggiori di un’esistenza precaria vi è l’impossibilità di porsi in quella condizione nella quale sia consentito esercitare una propria potenzialità discrezionale.
La limitazione del proprio vissuto non si basa più soltanto sulla possibilità o meno di poter “fare” o “permettersi” qualcosa, ma sulla impraticabilità di poter esercitare un pensiero immaginativo che consenta di calarsi in una situazione plausibile nell’ambito della quale operare eventualmente una scelta: non è possibile “immaginarsi una scelta” fra A e B se le condizioni “per cui A o B” sono del tutto precluse e quindi materialmente impraticabili.
Il misurare una plausibilità sulla base delle proprie attitudini o desideri è un esercizio che inesorabilmente, e più o meno volontariamente, viene abbandonato nel corso di quel tempo che, si presume, dovrebbe condurre a una qualche tipo di “maturità”. A quel punto, si percepisce la totale mancanza di senso nell’immaginarsi la realizzazione di qualsivoglia desiderio dal momento in cui, contemporaneamente, si sperimenta l’impossibilità pratica di quella realizzazione.
Conseguenza inesorabile – dal momento che il “futuro” (in quanto proiezione di una eventuale realizzabilità) ha smesso, per molti, di essere una promessa per divenire una condanna – è l’immergersi, bergsonianamente, in un enorme e perenne déja vu in cui lo “slancio vitale” vive solo come vaghezza di memoria.

Del precariato come déja vu

Ipotesi di corrispondenze mai avvenute #1

Quando ti ho detto di andare intendevo che avresti dovuto andare via del tutto, e non restare qui come ombra negli occhi, pensiero nella testa, o ferita sulla pelle.
Ciò che volevo era mettere una distanza fra quello che eravamo e abbiamo smesso di essere, così, d’un tratto, senza che nulla si prospettasse o lasciasse presagire l’inevitabile.
Nel momento in cui ho pronunciato quelle parole, sapevo che non mi sarei pentito un attimo, che ormai la questione era scegliere fra te o me, non potendo più darsi un noi che non fosse un eterno conflitto, un costante esercizio di battaglie recalcitranti.
La mia non è stata una questione di difesa, ma di sopravvivenza. Non si trattava più di difendersi dalle piccole meschinità – le tue come le mie – dai sottintesi, dalle ripicche, dai risentimenti che si attorcigliavano come il tubetto del dentifricio che, ironia, per noi non ha mai preso il posto di nessun cliché.
No, la mia è stata una questione di sopravvivenza. Scappare più veloce del predatore, nascondersi nelle tane più buie e irraggiungibili, scalare gli alberi più alti e ciononostante essere sempre all’erta, non abbassare mai la guardia, temere che per un pericolo evitato ve ne fosse sempre un altro pronto a prenderne il posto, ad attaccarmi non appena mi fossi concesso non il lusso quanto il diritto sacrosanto a rilassare per un attimo i nervi, riposare i muscoli. Ed è stata sopravvivenza il tenere a freno il mio risentimento, quella violenza che sentivo crescere dentro e che, prima o poi, mi avrebbe reso insopportabile a me stesso.
Perché il punto era tutto qui, in quel dentro che sentivo tramutarsi in un gomitolo rancoroso, un grumo insopportabile di alterità che, in una sua inspiegabile qualità tentacolare, iniziava a inerpicarsi lungo gli organi, circuendoli con carezzevole lascivia.
Era insomma quel mio stesso mutare a misura del tuo essere, del tuo comportarti, degli accidenti del tuo atteggiarti che mi era oltremodo inviso: una dichiarazione, tanto solenne quanto silenziosa, di sconfitta; il rendersi conto di aver imboccata l’angusta strada di un cambiamento che non volevo (quantomeno non in quei termini e in quei modi), che mi avrebbe portato, con l’inesorabilità di un timer collegato a una bomba, ad esplodere in infiniti minuscoli pezzi che, una volta rimessi insieme, avrebbe dato di me un’immagine destituita di qualsivoglia legame con ciò che di me prima precedeva.

Ipotesi di corrispondenze mai avvenute #1

Clamentum

Il sapersi almeno fortunati al grado zero dell’esistente non lascia comunque superare il disagio di un’affezione dell’animo che sembra sia radicata nel corpo come tara spirituale. Un senso diffuso d’insoddisfazione è lo scotto che si paga a una sovrabbondanza di materialità. Ed è anche la controparte peggiore: il dito puntato contro quello stesso stato di cose che si fomenta, si accresce, a cui ci si educa.
“Lamentarsi del superfluo”, si dice.
E non si può però far altro, visto che, in fondo, il superfluo non è purtroppo il necessario.

Clamentum